A 13 anni, ma forse anche prima, Antonio Palomba toccò il suo primo pezzo di legno e da allora non si è più fermato. Mani nervose a sugello di una vera anima sarda, il falegname di Alghero, con laboratorio a Fertilia, è il “coach” dei beneficiari del Progetto Atelier che, grazie al suo pugno d’acciaio in guanto di velluto, stanno sperimentando l’antico mestiere.

“Cai, Sulimani, Yusuf e Sana, sono bravi ragazzi – racconta Antonio – desiderosi di apprendere e di buttarsi nella mischia, ma per diventare un artigiano del legno – materia viva che respira e si muove – occorrono anni, forse una vita, e qui si tratta di esercitarli per poche ore alla settimana. Giusto il tempo per capire le prime rudimentali tecniche di base. Ora, per esempio, stanno lavorando al riassemblaggio di persiane da rimettere a nuovo, un lavoro tutto manuale che non prevede l’utilizzo di macchinari come piallatrici e frese, troppo pericolose per chi ha ancora poco esperienza”. 

Antonio è figlio d’arte, grazie al padre è diventato quello che è e fino all’ultimo gli è stato accanto, fino a quando il bastardo Covid-19 se l’è portato via, poi sono arrivati i ragazzi e per lui è stata una grande distrazione, un modo per tornare giovane. 

“Le cose non sono mai semplici – ripete come una litania – gli antichi mestieri sono ormai scomparsi, qui ad Alghero, per esempio, ci sono solo due falegnami compreso me. E non vedo all’orizzonte investimenti professionali in merito. Com’è possibile spalmare l’Italia con tanti bonus dimenticando di contribuire al sostegno professionale di una parte consistente di economia? L’artigianato in tutte le sue forme ha reso grande il nostro paese, pensate solo ai decoratori, agli stuccatori, agli scalpellini, ai marmisti, che dal Rinascimento hanno trasformato in capolavori chiese e centri storici. Quel che manca è una vera formazione professionale che parta dal primo anno del primo superiore, un’alternanza scuola-lavoro reale in grado di formare artigiani finiti. Quella che esiste oggi è una presa in giro”.

Tutto è fragile a questo mondo, specie in questo lungo periodo di incertezza in cui sono venuti meno i fondamenti di una vita serena. Anche il laboratorio di Fertilia, in cui Antonio è in affitto, sarà presto venduto e lui non può permettersi di acquistarlo. Solo il legno, quel legno caldo e levigato che lo circonda, rimane una certezza. E quei ragazzi dagli occhi profondi che bevono le sue tecniche, chissà, forse un giorno realizzeranno qualcosa di saldo, qualcosa di legno.

Una speranza che ad Antonio, nonostante tutto, scalda il cuore.